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Siti di disinformazione italiani: come riconoscere i domini falsi e verificare una testata

12 MIN DI LETTURAREV. APRILE 2026A CURA DI · REDAZIONE FUA

Un sito che si chiama quasi come un giornale famoso non è quel giornale. La differenza, spesso, è una lettera sola — oppure un suffisso aggiunto in fondo. Bastano tre minuti per smontare l'inganno, se sai dove guardare.

01Perché i siti di disinformazione imitano le testate vere

Chi produce contenuti falsi non inventa quasi mai una testata dal nulla. È molto più efficace appoggiarsi alla reputazione di un giornale già conosciuto: basta somigliare abbastanza da creare confusione, e la notizia viaggia sui social prima che qualcuno si accorga dell'inganno. Questo meccanismo si chiama 'spoofing editoriale', e in Italia è più diffuso di quanto si pensi.

Il lettore medio scorge il titolo di un articolo nel feed di Facebook, riconosce qualcosa che assomiglia a una testata familiare, e condivide. Non apre nemmeno il sito per intero. Il trucco funziona perché sfrutta la fiducia accumulata da un'altra redazione nel corso di anni — una fiducia che il sito fasullo non ha guadagnato ma ha rubato, un carattere alla volta.

La buona notizia è che il furto lascia sempre tracce. I pattern sono ricorrenti, riconoscibili, e una volta imparati restano. Le prossime sezioni ti mostrano esattamente dove guardare — partendo proprio dall'indirizzo del sito, la prima cosa che appare in cima al browser.

02I pattern dei domini sospetti italiani

Il primo segnale da esaminare è il dominio — cioè l'indirizzo web che vedi nella barra del browser (es. www.nomegiornale.it). I falsari usano tre trucchi principali, tutti riconoscibili a occhio nudo una volta che sai cosa cercare.

Il primo trucco è il suffisso aggiunto: il dominio reale è .it, ma quello fasullo diventa .it.com oppure .it.net. Per esempio, nomegiornale.it.com non ha nulla a che fare con nomegiornale.it — sono due siti completamente distinti, di due proprietari diversi. Il .it nel mezzo sembra il dominio italiano, ma è solo una parte del nome, non l'estensione ufficiale. Come verificarlo: digita il nome del sito su Google aggiungendo la parola 'ufficiale' (es. 'Il Fatto Quotidiano ufficiale sito') — il primo risultato ti mostra il dominio reale registrato dalla redazione.

Il secondo trucco è il typo-squatting: una lettera cambiata o aggiunta nel nome. Esempi reali segnalati da Butac (butac.it) e Pagella Politica (pagellapolitica.it) negli anni scorsi includono varianti con doppie consonanti invertite, lettere scambiate ('a' con 'e'), o un trattino inserito nel mezzo del nome. A velocità di scrolling, l'occhio non cattura la differenza. Come verificarlo: seleziona il nome del dominio con il mouse, copialo e incollalo su Google, poi confronta il risultato con la pagina Wikipedia della testata vera — Wikipedia riporta sempre il sito ufficiale nella colonna di destra.

Il terzo trucco è la parodia dichiarata-ma-non-chiaramente: siti che si presentano come 'satirici' ma pubblicano contenuti costruiti come notizie reali, senza disclaimer visibile in homepage. In Italia esistono siti satirici legittimi (come Lercio.it, chiaramente satirico), ma esistono anche siti che usano l'etichetta 'satira' come scudo retroattivo, solo quando vengono smascherati. Come distinguerli: cerca il nome del sito su Butac.it — la redazione di Butac ha catalogato decine di questi casi con archivio consultabile gratuitamente.

03WHOIS lookup: scoprire chi possiede un sito e da quando

Il WHOIS è un registro pubblico che contiene le informazioni di registrazione di ogni dominio internet: chi lo ha registrato, quando, e presso quale agenzia. Non è uno strumento tecnico — è un modulo web gratuito che chiunque può usare. I due siti più semplici da usare sono who.is (in inglese ma intuitivo) e whois.com. Entrambi funzionano allo stesso modo: incolla il dominio nella casella di ricerca e premi Invio.

Il dato più utile che ottieni è la data di creazione del dominio ('Creation Date'). Una testata giornalistica seria esiste da anni — spesso da decenni. Se il dominio risulta registrato pochi mesi prima della notizia che stai leggendo, è un segnale forte di allarme. Come verificarlo in autonomia: apri who.is, incolla il dominio che vuoi controllare (es. nomegiornale-notizie.it) e cerca la riga 'Creation Date'. Se il sito dichiara di essere 'nato nel 1998' ma il dominio risulta creato nel 2021, le due informazioni non tornano.

Un secondo dato utile è il 'Registrant' — il nome del proprietario. Molti siti fasulli italiani registrano il dominio con dati anonimi o tramite un servizio di 'privacy protection' che nasconde il proprietario reale (vedrai scritto 'Redacted for Privacy' o il nome di un proxy). Non è di per sé una prova di disonestà — anche testate legittime usano la privacy protection — ma sommato ad altri segnali pesa. Le redazioni italiane di medie e grandi dimensioni registrano tipicamente il dominio con la ragione sociale della società editrice, non in forma anonima. Come verificarlo: confronta il Registrant che trovi su who.is con la ragione sociale che la testata dichiara nella sua pagina 'Chi siamo' — se non combaciano, hai un motivo in più per approfondire.

Un terzo elemento da osservare è il 'Registrar', cioè l'azienda presso cui è stato registrato il dominio. I registrar più comuni per testate italiane sono Aruba, Register.it, Netsons. Non è un segnale di per sé, ma se il dominio è registrato tramite un registrar straniero associato a operazioni spam (informazione che puoi cercare su Google aggiungendo 'spam registrar' al nome), è un ulteriore elemento da annotare.

04La pagina 'Chi siamo' e le firme degli articoli

Una testata giornalistica reale ha una redazione reale. Sembra ovvio, ma molti siti di disinformazione dimenticano questo dettaglio — o lo simulano male. La pagina 'Chi siamo' (o 'About', 'La Redazione') è il primo posto dove cercare. Se non esiste, o se è composta da tre righe vaghe senza nomi propri, senza indirizzo fisico, senza partita IVA o numero di iscrizione, è un segnale forte.

Quando i nomi ci sono, il passo successivo è cercarli su LinkedIn. Non per spiare nessuno: LinkedIn è il registro professionale più aggiornato del settore giornalistico italiano. Se un giornalista esiste, di solito ha un profilo LinkedIn con le sue collaborazioni passate. Se il nome che trovi nella firma di un articolo non appare da nessuna parte su LinkedIn, su Google, su siti di settore come Ordine dei Giornalisti (odg.it), è probabile che sia un'identità di fantasia. Come verificarlo: cerca su Google il nome del giornalista seguito dalla parola 'giornalista' (es. 'Mario Bianchi giornalista'). Se non compare nulla di riconoscibile — nessun articolo firmato altrove, nessun profilo professionale — il dubbio è legittimo.

Un'altra verifica rapida riguarda l'iscrizione all'Ordine dei Giornalisti. In Italia, chi esercita la professione giornalistica in modo continuativo deve essere iscritto all'Ordine. Il sito dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti (odg.it) ha un motore di ricerca pubblico degli iscritti, accessibile senza registrazione. Come usarlo: apri odg.it, vai alla sezione 'Cerca un giornalista' e digita il nome. Se la testata sostiene di avere una redazione di professionisti ma nessuno risulta iscritto, è un'anomalia rilevante — non necessariamente prova di disonestà (esistono collaboratori, praticanti, giornalisti stranieri), ma un elemento da pesare insieme agli altri.

Infine, controlla la data degli articoli. Alcuni siti di disinformazione riciclano contenuti vecchi cambiando solo la data, per farli sembrare notizie fresche. Come verificarlo: copia il titolo dell'articolo e incollalo su Google con le virgolette (ricerca esatta). Se la stessa notizia appare su altri siti con una data diversa e precedente, qualcuno ha modificato la data.

05Il Registro AGCOM ROC: la verifica ufficiale italiana

In Italia esiste uno strumento ufficiale e gratuito per verificare se una testata giornalistica è registrata: il Registro degli Operatori di Comunicazione (ROC), tenuto dall'AGCOM — l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. L'indirizzo è rocagcom.it. L'iscrizione al ROC non è obbligatoria per tutti i siti web, ma è obbligatoria per le testate che vogliono essere riconosciute come organi di stampa ai fini della legge italiana, incluso l'accesso ai contributi pubblici all'editoria.

Come usare il ROC in pratica: apri il sito rocagcom.it, cerca la sezione dedicata alla consultazione del registro (la voce si chiama 'Ricerca Operatori' o simile a seconda degli aggiornamenti del sito), e digita il nome della testata. Se la testata non compare, significa che non è registrata come operatore di comunicazione ai sensi della normativa AGCOM. Non è automaticamente una prova che sia falsa — esistono blog e siti di opinione legittimi non iscritti — ma se un sito si presenta come 'giornale', 'quotidiano' o 'agenzia stampa' e non risulta nel ROC, c'è una contraddizione evidente che vale la pena segnalare.

Un caso pratico: Pagella Politica ha più volte segnalato (pagellapolitica.it) siti che si autodefinivano 'quotidiani indipendenti' o 'agenzie di informazione' senza alcuna iscrizione al ROC e senza direzione responsabile registrata in Tribunale (obbligo previsto dalla legge sulla stampa, L. 47/1948, art. 5). Questa doppia assenza — ROC e registrazione al Tribunale — è uno dei pattern più comuni tra i siti di disinformazione italiana.

Se vuoi approfondire il quadro normativo senza immergerti nei testi di legge, AGCOM pubblica sul suo sito istituzionale (agcom.it) guide sintetiche per i cittadini sui diritti in materia di informazione. Non è lettura obbligatoria per difendersi, ma è utile per capire il contesto.

06Liste curate e strumenti di fact-checking italiani

Oltre alle verifiche fai-da-te, esistono organizzazioni che fanno questo lavoro in modo sistematico e pubblicano i risultati in formato consultabile. Conoscerle ti risparmia tempo. Le più utili per il contesto italiano sono tre.

La prima è Pagella Politica (pagellapolitica.it), una redazione indipendente italiana accreditata IFCN (International Fact-Checking Network, la rete internazionale dei fact-checker certificati). Si occupa principalmente di dichiarazioni di politici e istituzioni, ma pubblica anche analisi su siti e testate sospette. Il motore di ricerca interno è gratuito: digita il nome del sito o della notizia e vedi se è già stata verificata.

La seconda è Butac — Bufale Un Tanto Al Chilo (butac.it), un sito di debunking italiano attivo dal 2013, con un archivio vastissimo di notizie false smontate nel tempo. Non è accreditato IFCN ma è citato regolarmente da giornalisti e ricercatori. Come usarlo: cerca il nome del sito sospetto nella barra di ricerca interna — se Butac lo ha analizzato, trovi l'articolo con le prove.

La terza risorsa è EU DisinfoLab (disinfo.eu), un'organizzazione di ricerca europea (con attività anche sull'Italia) che pubblica indagini approfondite su reti coordinate di disinformazione. I loro report sono più tecnici, ma le sintesi sono leggibili anche senza preparazione specifica. Per l'Italia, la loro indagine più nota riguarda una rete di siti falsi che si fingevano organi di stampa locali — un'inchiesta citata da Polizia Postale e AGCOM. Trovate i report su disinfo.eu/publications.

Un consiglio pratico: prima di condividere un articolo che non conosci, apri uno di questi tre siti e cerca il nome della testata. Se non compare in nessuno dei tre, non significa che sia falsa — ma significa che puoi fare le verifiche di base descritte in questa guida prima di darle credito.

07Le bandiere rosse rapide: una lista operativa

Quando non hai tempo per una verifica completa, esistono segnali che si vedono in trenta secondi e che da soli giustificano una pausa prima di condividere. Non sono prove definitive, ma sono campanelli d'allarme che si attivano velocemente.

Prima bandiera: il titolo usa parole come 'SHOCK', 'BOMBA', 'CLAMOROSO', 'NASCOSTO', 'CHE NON TI DICONO'. Queste parole sono il linguaggio dell'allarmismo, non del giornalismo. Una testata seria usa titoli descrittivi. Come verificarlo: apri la homepage del sito e conta quanti titoli contengono queste parole. Se più della metà le usa, la testata lavora sull'emozione, non sull'informazione.

Seconda bandiera: l'articolo non ha una firma, oppure la firma è un nome generico tipo 'Redazione', 'Staff', 'Admin'. Il giornalismo responsabile firma i pezzi con il nome di chi li ha scritti — è un principio deontologico sancito dalla Carta dei doveri del giornalista (odg.it). Come verificarlo: apri tre articoli del sito a caso. Se nessuno ha una firma individuale, hai trovato la seconda bandiera.

Terza bandiera: il sito non ha una sezione 'Contatti' con un indirizzo email o fisico reale, oppure i contatti sono un modulo web anonimo senza recapiti. I giornali italiani sono tenuti a indicare il direttore responsabile e la sede legale. Se queste informazioni non ci sono, o sono dichiaratamente false (un indirizzo che non esiste su Google Maps), è un'anomalia grave. Come verificarlo: copia l'indirizzo dichiarato dal sito e cercalo su Google Maps — se non corrisponde a nulla di reale, hai trovato la terza bandiera.

Quarta bandiera: tutti gli articoli del sito puntano nella stessa direzione politica o ideologica, senza eccezioni. Il giornalismo presenta più punti di vista; la propaganda ne presenta uno solo. Questa bandiera da sola non è conclusiva — esistono testate di opinione dichiarate — ma combinata con le altre pesa.

08Cosa fare se hai già condiviso una notizia falsa

Succede. A tutti, a qualunque età. L'importante non è non sbagliare mai, ma sapere cosa fare dopo. La prima azione è pratica: torna al post che hai condiviso (su Facebook, WhatsApp, Telegram) e cancellalo, oppure aggiungi un commento che avvisa i tuoi contatti dell'errore. Farlo velocemente limita la diffusione — le notizie false viaggiano più veloci nelle prime ore.

La seconda azione è segnalare il sito. Su Facebook puoi cliccare sui tre puntini accanto al post e scegliere 'Segnala'. Su Google puoi segnalare un sito come ingannevole attraverso il modulo 'Google Safe Browsing' (safebrowsing.google.com/safebrowsing/report_phish). Queste segnalazioni contribuiscono ad aggiornare i filtri automatici che proteggono altri utenti.

La terza azione, se la notizia riguardava un fatto grave (accuse a persone specifiche, emergenze sanitarie false, istruzioni pericolose), è segnalare alla Polizia Postale attraverso il portale commissariatodips.it. Non è necessario essere vittime dirette: chiunque può segnalare contenuti potenzialmente dannosi. Il portale è gratuito, non richiede registrazione e il modulo si compila in cinque minuti.

Infine, non sentirti in obbligo di spiegare a ogni contatto che ti ha ringraziato per la condivisione perché avevi torto. Una correzione pubblica sul post originale è sufficiente e più efficace. La trasparenza sull'errore è essa stessa un atto di buona informazione.

09Metti in pratica: la sequenza in cinque passi

Ricapitolando tutto ciò che abbiamo visto, ecco la sequenza operativa da usare ogni volta che ti imbatti in un sito che non conosci. Cinque passi, in ordine di velocità crescente.

Passo 1 — Guarda il dominio (10 secondi): leggi l'indirizzo nella barra del browser. Ci sono trattini insoliti, lettere doppie strane, suffissi come .it.com? Se sì, fermati. Passo 2 — Cerca il nome su Butac o Pagella Politica (30 secondi): apri butac.it o pagellapolitica.it e digita il nome del sito. Se è già stato analizzato, hai la risposta in un click.

Passo 3 — Controlla la 'Chi siamo' e cerca una firma (60 secondi): ci sono nomi reali? Li trovi su odg.it o su LinkedIn? La sede è indicata e verificabile? Passo 4 — Fai il WHOIS (90 secondi): apri who.is, incolla il dominio, guarda la 'Creation Date'. Un sito nato da meno di un anno che si presenta come testata storica è sospetto.

Passo 5 — Verifica nel ROC AGCOM (2 minuti): apri rocagcom.it, cerca la testata. Se si autodefinisce 'giornale' o 'quotidiano' e non risulta nel registro, hai un'anomalia chiara da segnalare. Questi cinque passi richiedono complessivamente meno di cinque minuti. Tre secondi per decidere di fermarsi. Il resto è procedura.

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10Una competenza che si affina con la pratica

Nessuno diventa esperto di disinformazione leggendo una guida sola. Ma ogni verifica che fai — anche quando conclude che il sito è legittimo — allena l'occhio. Con il tempo, i segnali diventano automatici: il dominio storto lo vedi prima ancora di aprire l'articolo, la firma mancante la noti in un secondo.

La disinformazione non è un problema tecnico da risolvere con un software. È un problema di attenzione, e l'attenzione si allena. I siti che abbiamo citato in questa guida — Butac, Pagella Politica, ROC AGCOM, who.is — sono strumenti gratuiti, pubblici, già usati da giornalisti e ricercatori. Non richiedono competenze informatiche: richiedono solo l'abitudine di fermarsi un momento prima di condividere.

Se hai trovato un sito sospetto che non compare su nessuna delle liste che conosci, segnalalo tu stesso a Butac (hanno un modulo di segnalazione su butac.it/segnala) o a Pagella Politica. Il sistema di verifica funziona anche grazie alle segnalazioni dei lettori. Ogni segnalazione è un contributo reale alla qualità dell'informazione che circola online.

Tre secondi. Fanno la differenza.

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